Homepage

M E N S I L E  D I  I N F O R M A Z I O N E  S O C I A L E  E  C U L T U R A

Indietro


 
Ipovisione e dintorni di Michela Pezzani
Occhio al visus né carne né pesce
Superato l’impatto iniziale il disabile deve riorganizzare il proprio rapporto con se stesso, la famiglia,  i figli, il lavoro, gli amici e il tempo libero.

Ipovisione. Le statistiche dicono che ne sono colpite 123 milioni di persone nel mondo con una range statistico che va dai 65 agli 84 ani. Si tratta di una condizione di riduzione della capacità visiva più o meno grave dovuta a svariate patologie, in primis della retina, della cornea,  del nervo ottico, della macula soggetta a degenerazione giovanile o senile(la parte centrale della retina); oppure a causa di albinismo, glaucoma, retinopatia diabetica, edema retinico, toxoplasmosi, retinite pigmentosa.
 Come affrontare l’ipovisione? A compendio delle cure mediche e degli ausili ottici del caso che  sopperiscono rispettivamente alla parte medica e tecnica, la miglior palestra è la vita quotidiana a patto che si sia disposti a mettersi in gioco per  far sé che il proprio residuo visivo diventi una risorsa, per imparare a vedere oltre: ed è  innanzitutto  la piena convivenza e complicità col problema il trampolino di lancio verso la conquista di una nuova ed interessante dimensione esistenziale. L’ipovisione si può dire grave quando il residuo visivo non supera 1/10 in entrambe gli occhi o nell’occhio migliore anche con l’uso di lenti correttive e un  residuo del visus  perimetrico binoculare inferiore al 30%. E’  medio-grave quando il residuo visivo non supera i 2/10 in entrambe gli occhi o nell’occhio migliore anche con correzione ed un residuo perimetrico  binoculare inferiore al 50%. E’ infine lieve quando il residuo visivo non supera i 3/10 nell’occhio migliore anche con correzione e la visione perimetrica binoculare è meno del 60%. Ridotta acuità visiva, campo visivo limitato, messa a fuoco non automatica,  mancata percezione dei  particolari, distanze reali sfalsate, confusione: sono le fondamenta su cui si fonda la condizione ipovisiva  che non è cecità ma il più viene sottovalutata e addirittura definita “ne’ carne ne’ pesce” perché la persona, anche se male, tutto sommato vede. Ci si ricordi però che  tale condizione “deformata” costringe chi la vive a riorganizzare il proprio rapporto con la famiglia,  i figli,il lavoro, gli amici, il tempo libero, l’autonomia. Sorpresa, negazione, depressione, reazione. Sono questi gli atteggiamenti classici dell’ipovedente e dei  suoi familiari : si può dire, insomma, che  per il paziente la perdita della visione equivale alla perdita di una parte del suo essere. La  “ristrutturazione” della propria personalità, come se fosse una casa da riportare agli antichi splendori, è dunque uno dei primi passi  del percorso dell’ipovedente alla scoperta di un nuovo io, nonostante le difficoltà che per forza di cosa si troverà a dover affrontare in una società non ancora a misura di diversamente abile.  Sentirsi appoggiato e protetto  rappresenta inoltre per l’ipovedente una preziosa sorgente di energia che tuttavia va  ben distribuita senza opprimere il soggetto e tanto meno sostituirsi a lui nel fare le cose in cui invece sente di riuscire.  In virtù dell’attività coordinata tra paziente, oculista, ortottista, ottico e familiari  si possono ottenere buoni risultati ed è fondamentale appunto per l’ipovedente  una buona rieducazione visiva “sinergica” che  gli permetta di migliorare la  cosiddetta “capacità di discriminazione”, ossia imparare a fissare e localizzare meglio ciò che  ha attorno.  Da non tralasciare,  infine, la coordinazione degli occhi nella lettura mediante ausili ottici e quella occhio- mano che rende i gesti più efficaci.

(Nell’immagine: René Magritte, Le Faux miroir, 1950).

Articolo pubblicato su Vita Vera
 

La riproduzione anche parziale di questo sito è severamente vietata. (C) 2004-2010
Sei il visitatore n°: