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Edito da Feltrinelli "Australian cargo" il diario di bordo dell'avventuriero italo inglese Alex Roggero attraverso i mari del mondo
Come Giona nel ventre della balena
Ventisettemila chilometri in quaranta giorni da Sidney a La Spezia a bordo del mercantile ottimismo

L’andatura è lenta, ma solenne , ma non è quella di una nave da crociera. Si chiama invece Ottimismo, il mercantile protagonista del romanzo dell’italo inglese Alex Rggero, il ragazzo che ha scelto di compiere la sua avventura dell’anima nel ventre di un cargo sulla rotta Sidney - La Spezia, percorsa in quarantasette giorni per un totale di ventisettemila chilometri. Nato ad Alessandria nel 1961, ma d’adozione anglosassone, dato che vive da vent’anni a Londra, il “passeggero” ha raccontato nel romanzo – diario di bordo “Australian Cargo” edito da Feltrinelli (L.22.000), la sua passione per l’oceano e l’attrazione per quell’affascinante “gigante” delle onde. L’appuntamento era per le quattro del pomeriggio a Port Botany, lo scalo commerciale di Sidney e Alex alla nave ci aveva sognato di arrivarci tenendo per mano la sua donna dagli occhi blu che avrebbe poi abbracciato forte prima di imbarcarsi. Ma quando il taxi scaricò il marinaio occasionale, di fronte al terminal delle portacontainer c’era solo un guardiano in divisa. “…mi ha fatto firmare il registro e indicato con un gesto frettoloso una porta che dava sul molo principale” scrive Roggero sul suo diario che oggi è diventato il romanzo “Australian Cargo”. Al mercantile Alex Roggero ci arrivò con il pulmino, un vecchio Toyota mezzo arrugginito, adibito al trasporto dei marinai e guidato da un giovane a torso nudo, Mick, un tipo simpatico, con una gran voglia di scherzare, che parlava senza sosta con l’accento un po' storpio tipico degli australiani del Sud. Quando Alex fu finalmente sotto la plancia della nave, l’emozione gli pulsava nello stomaco come un tamburo: era gigantesca, ma elegante, con la chiglia blu cobalto e la sovrastruttura dipinta di bianco. “ Un po’ di ottimismo è esattamente quello di cui ho bisogno in questo pomeriggio triste” confida Roggero alla carta del suo quadernone di appunti e guarda caso la nave pronta ad inghiottire lui e la sua voglia di libertà porta proprio il nome giusto: Optimism. Quasi quasi, proprio sul più bello Alex non ha voglia di partire perché gli dispiace lasciare la terra dei canguri e il pensiero di non vedere più quella landa sconfinata e le sue spiagge candide gli provocano un’angoscia indescrivibile e spera solo che il viaggio a bordo del mercantile, come Giona nel ventre della balena, gli dia un po’ di serenità. L’idea di percorrere tutte quelle miglia marine dal Nuovo Mondo allo stivale Alex l’aveva già da tempo ed era una cosa che sentiva necessaria per completare una certa faccenda iniziata molto anni prima, nonché la chiave di volta per chiudere un capitolo della propria esistenza e iniziarne un altro. La prima persona che Alez incontra dell’equipaggio è un tizio tedesco in maglietta, pantaloni corti e sandali Birkenstock, con una faccia buffa, due baffetti biondi ed una voce da ragazzino: è il primo ufficiale della Optimism. Poi appare dal nulla, sputato fuori da chissà quale cabina di una lunga fila, Mr Matisse, il marinaio-cuoco-cameriere filippino che ha il compito di occuparsi di Alex durante la traversata nella pancia della portaconteinere lunga 192 metri e larga 32 e che sulla fiancata porta scritto “Contship Optimism, Hamburg”: è arrivata il giorno prima dalla Germania dopo trentadue giorni di navigazione e scali a Rotterdam, Tilburg, La Spezia, Porto Said, Fremantle, Adelaide e Melbourne. Scrive ancora Roggero ”Le fotografo il muso e penso che domani ripartirà per portarmi a casa. Impiegando un paio di settimane in più perché prima di tornare verso l’Europa dovremmo andare ad Auckland, in Nuova Zelanda, a caricare quattrocento container e poi passare per Singapore e il Pireo. Forse ci fermeremo anche a Cylon e Aden , nello Yemen”. L’incontro con il capitano, invece, avviene nella madrelingua di Alex, l’italiano e con un sonante “Buon giorno, ragazzo. Cercavo proprio te!” Si chiama Westermann , ha trentanove anni, ma ne dimostra meno. Ha l’abitudine di non indossare mai la divisa e quando un addetto del porto chiede di lui, gli piace giocare e si diverte ad indicare al posto suo uno dei marinai filippini. Apparentemente sempre di bon buon umore, Alex scoprirà durante il viaggio che le cose non stavano proprio così ed è proprio durante la prima cena a bordo, a base di zuppone di verdura con dentro quattro wurstel galleggianti, alla mensa ufficiale alle 5 e trenta del pomeriggio, seduto al tavolo, Westermann ha tutta l’aria di un ombroso Achab, accanto al primo ufficiale e al capomacchine che tutti chiamano semplicemente “il capo”. Tomas invece è il secondo ufficiale, originario della Germania dell’Est e che diventerà presto il compagno di viaggio di Alex insieme ad Andreas, un ragazzone dalla testa rasata che è il figlio del capo macchine ed in vacanza, si fa per dire, sull’Optimism, visti i calli che ha sulle mani. Settantacinque anni prima della partenza di Alex Roggero a bordo del cargo Optimism, un altro viaggio era iniziato o meglio è più giusto dire che il viaggio di Alex era cominciato indirettamente proprio nel remoto inverno del 1924 quando suo nonno Vittorio salpò da Genova a bordo dell’Osterley, un misto – cargo inglese che due volte l’anno andava in Australia a caricare posta, grano e balle di lana merino. Allora il nonno di Roggero aveva diciassette anni e viaggiava solo e a spingerlo ad affrontare quell’avventura era un senso di claustrofobia, un’insofferenza per gli orizzonti chiusi che lo affliggevano da tempo ed esattamente dal giorno in cui era tornato dall’America insieme ai genitori ed allo zio Eugenio dopo aver vissuto 15 anni negli Stati Uniti, a Chicago e poi in California. Parlava l’inglese meglio dell’italiano e quando era tornato al suo paese natale in Italia, ad Altavilla Monferrato, i paesani lo avevano battezzato subito “l’american”. “L’unico libro che mi regalò - racconta Alex – fu a sua copia di “Adventures on the Great Lakes” il racconto di pionieri rubato alla biblioteca pubblica di San Francisco nel 1917”. E complice quel volumetto, il richiamo del mare in Alex non aveva mai smesso di soffiargli nelle orecchie come le sirene di Ulisse fino a quando un bel giorno, da un vecchio baule scovato in cantina dal nipote e che quasi si aprì da solo, saltarono fuori vecchie foto sbiadite e un pacchettino di documenti relativi alla “fuga” dell’avo sul misto-cargo Osterley. Quella strana isola in fondo al mappamondo chiamata Australia era stata da sempre la metà dei Monferrini perché laggiù lo Stato era disposto a regalare vasti appezzamenti a chiunque avesse il coraggio e la forza di trasformare le foreste in fattorie, strade e città e nel Queensland si poteva trovare davvero tutto quello che di meglio il continente rosso avesse da offrire. Ed Alex l’aveva capito e visto con i suoi occhi. Anche lui aveva sentito il richiamo come il padre di suo padre. Ma dopo un lungo soggiorno nella terra promessa, viaggiando neri vagoni dell’Indian Pacific, il treno che attraversa per 4500 chilometri il continente, stava per ritornare agli odori e al clima della penisola . La pancia dell’Optimism, solido come il guscio delle tartarughe giganti che vivono nella Grande Barriera, adesso rappresentava una specie di utero dentro il quale rinascere dopo essere stati nutriti dalla “never severe land”, il paese meno popolato del mondo, che una volta visto nessuno riesce più a dimenticare.
 
di Michela Pezzani
 

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