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Scomparsa a 92 anni la sorella del poeta spagnolo: per tutta la vita ha custodito e diffuso la memoria, le opere, i versi del fratello

di Michela Pezzani (La Stampa 11/01/2002)


E’ estate a Madrid. Quaranta gradi. Il taxi sfreccia sull’asfalto bollente per raggiungere il numero civico 75 in Avenida Alfonso XIII, la casa in cui vive Isabel García Lorca, la sorella diletta del grande poeta spagnolo (1898-1936), anche grande amico dello scrittore Jiménez. Classe 1910, minuta, elegante nel suo abito d’organzino bianco a tenui fiori lilla, sorridente , affettuosa, i capelli raccolti in una raffinata acconciatura, una passione irrefrenabile per Mozart, Beethoven e la lettura: la signora ci attende per le dodici e trenta e ci accoglie nel suo suggestivo appartamento colmo di libri, fotografie di famiglia, quadri importanti tra cui parecchi Dalì e sculture mentre nella stanza accanto dorme l’amatissima pronipote Maria di appena sei mesi: i genitori della piccola sono fuori città e la nonna fa da balia. Le mani affusolate, gli occhi luminosi e vispi, le labbra sottili, Isabel è ormai novantenne, ma non lo sembra, la sua vitalità è quella di una ragazza che ancora si entusiasma di fronte alle novità e per quasi vent’anni si è dedicata alla stesura del suo diario. “Ho paura che interessi a poche persone - confida – vedremo, intanto vado avanti con la messa appunto e in autunno avrò terminato. Isabel e suo nipote Manuel  Montesinos Garcìa.Sono piccolo affreschi, quadri, episodi che ho cercato di rendere nel modo più reale possibile. L’arte che avremmo la fortuna di vivere, per gli altri era qualcosa di straordinario, ma per noi invece era normale e così desidero raccontarla “. Le abitazioni di famiglia a Granada e Madrid, l’adolescenza, i fratelli Federico e Francisco, la sorella Concha, diminutivo Di Concepción, le feste, gli amici, il musicista Manuel de Falla, il pittore Salvador Dalí, il regista Buñuel, le conversazioni, i pranzi, le vacanze, il mare, il teatro, la musica, i viaggi, la complicità, la storia di una eclettica dinastia che ha sempre preferito la semplicità allo sfarzo. Figlia di Federico García, un agricoltore che ha fatto fortuna con il commercio della carta da zucchero, e della maestra elementare Vicenda García Romero, Isabel ha imparato a leggere e a scrivere sulle ginocchia di Federico ed anche una fotografia del fittissimo album di famiglia, ora donato alla Fundación García Lorca nata su volontà di Isabel nel 1984 e diretta dal nipote del poeta, Manuel Fernandez Montesinos García (figlio di Concha) e con sede alla Residencia de estudiantes in Calle Pinar, 73, a Madrid e condensato nel volume Vida y obra en fotografias y dicumentos e nel video Family portrait of a poet prodotto e diretto da Enrique Nicamor, idea originale con interviste di John J. Healey in due lingue, spagnolo ed inglese, ci rende partecipi di quei momenti. “Non sono memorie, ma ricordi, i ricordi della nostra vita, o meglio del nostro modo di vivere e di tutto ciò che mi ha influenzato da piccola – racconta – e automaticamente ogni pensiero è motivato dai versi dei poemi di Federico. Lo stimolo più forte a continuare a scrivere è partito da un viaggio in egitto che ho fatto circa dici anni fa. Mi trovato nel deserto e ho provato sensazioni molto particolari. Quella distesa di sabbia, che non avevo mai visto prima e mi sorprendeva, è qualcosa di inspiegabile e consiglio a tutti di andarci. Senti, mio figlio, va silenzio, silenzio ondulato, dove scivolano valli ed echi e cha fa inchinare il capo al suolo. Mi vengono subito alla mente questi versi. E’ un atto religioso. Almeno una volta bisogna andare in Egitto. Viaggiare mi è sempre piaciuto ed ho visto molti paesi, il Giappone, il Messico, l’Argentina e l’Italia”. Isabel si alza dal divano, chiede permesso un attimo, va in camera da letto e ritorna con una cartolina tra le mani. “Ecco. E’ del 1933 e mi sono imbarcata per sei settimane su questa nave – aggiunge mostrando il profilo in bianco e nero del piroscafo -. Vede…l’ ho spedita a mio padre Federico Garcìa e mentre ero in viaggio ricevevo posta da casa, specie da mia madre. I miei genitori mi davano molta libertà e mi sentivo molto responsabile. A casa però gli orari erano precisi, non bisognava rientrare oltre le dieci con Federico. Nel ’33 mio fratello scriveva in aprile Nozze di sangue, preparava il suo viaggio in Argentina e aveva già l’idea di Jerma. Lavorava molto. Era un persona semplice, schietta, nessuno di noi l’ ha mai mitizzato e quando entrava in una stanza non faceva né caldo né freddo, faceva semplicemente Federico. Non si dava arie e una volta disse: “Yo estoy abrumado por la candidad de agasajos y atenciones que estoy recibiendo. Estoy un poco deshumbrado de tanto jaleo y tanta popularidad”. Ho potuto capire tanto della bellezza attraverso mio fratello. Non parlava molto, ma era un grande osservatore assimilando dalla vita degli altri. Era un grande riconoscitore del talento altrui e di quanto si poteva imparare dalle doti della gente. E’ impressionante la quantità di realtà che c’è nella sua poesia ed anche i semplici oggetto con lui diventavano espressivi. Da lui ho capito che la poesia è qualcosa che marcia per la strada. Era un nottambulo e faceva le ore piccole scrivendo. Poi si alzava tardi, appena prima di pranzo e quando andavamo in campagna dopo mangiato nell’ora della siesta suonava la chitarra. Poi si dedicava alle sue cose e al tramonto faceva una passeggiata sulla riva del fiume vicino alle terre di papà nei dintorni di Granada”. “Poi c’era la corrida – prosegue Isabel -. Gli piaceva, anche se non andava spesso, ma l’ ha descritta molte volte. Nostro padre è stato direttore della Plaza de toros di Granada…la paladra duende…Ci sono due parole spagnole che non si possono tradurre in nessuna altra lingua e sono angel e duende. La prima corrisponde allo stato di grazia e la seconda è propria del torero de capa che tiene duende, qualcosa che un giorno puoi avere e un giorno no, un movimento irripetibile, come le onde del mare”.

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