E’ estate
a Madrid. Quaranta gradi. Il taxi sfreccia sull’asfalto
bollente per raggiungere il numero civico 75 in Avenida
Alfonso XIII, la casa in cui vive Isabel García
Lorca, la sorella diletta del grande poeta spagnolo (1898-1936),
anche grande amico dello scrittore Jiménez. Classe
1910, minuta, elegante nel suo abito d’organzino
bianco a tenui fiori lilla, sorridente , affettuosa,
i capelli raccolti in una raffinata acconciatura, una
passione irrefrenabile per Mozart, Beethoven e la lettura:
la signora ci attende per le dodici e trenta e ci accoglie
nel suo suggestivo appartamento colmo di libri, fotografie
di famiglia,
quadri importanti tra cui parecchi Dalì e sculture mentre
nella stanza accanto dorme l’amatissima pronipote Maria di
appena sei mesi: i genitori della piccola sono fuori città e
la nonna fa da balia. Le
mani affusolate, gli occhi luminosi e vispi, le labbra sottili, Isabel è ormai
novantenne, ma non lo sembra, la sua vitalità è quella
di una ragazza che ancora si entusiasma di fronte alle novità e
per quasi vent’anni si è dedicata alla stesura del suo
diario. “Ho paura che interessi a poche persone - confida – vedremo,
intanto vado avanti con la messa appunto e in autunno avrò terminato.
Sono piccolo affreschi, quadri, episodi che ho cercato di rendere
nel modo più reale possibile. L’arte che avremmo la
fortuna di vivere, per gli altri era qualcosa di straordinario, ma
per noi invece era normale e così desidero raccontarla “.
Le abitazioni di famiglia a Granada e Madrid, l’adolescenza,
i fratelli Federico e Francisco, la sorella Concha, diminutivo Di
Concepción, le feste, gli amici, il musicista Manuel de Falla,
il pittore Salvador Dalí, il regista Buñuel, le conversazioni,
i pranzi, le vacanze, il mare, il teatro, la musica, i viaggi, la
complicità, la storia di una eclettica dinastia che ha sempre
preferito la semplicità allo sfarzo. Figlia
di Federico García, un agricoltore che ha fatto fortuna con
il commercio della carta da zucchero, e della maestra elementare
Vicenda García Romero, Isabel ha imparato a leggere e a scrivere
sulle ginocchia di Federico ed anche una fotografia del fittissimo
album di famiglia, ora donato alla Fundación García
Lorca nata su volontà di Isabel nel 1984 e diretta dal nipote
del poeta, Manuel Fernandez Montesinos García (figlio di Concha)
e con sede alla Residencia de estudiantes in Calle Pinar, 73, a
Madrid e condensato
nel volume Vida y obra en fotografias y dicumentos e nel video Family
portrait of a poet prodotto e diretto da Enrique Nicamor, idea originale
con interviste di John J. Healey in due lingue, spagnolo ed inglese,
ci rende partecipi di quei momenti. “Non
sono memorie, ma ricordi, i ricordi della nostra vita, o meglio del
nostro modo di vivere e di tutto ciò che
mi ha influenzato
da piccola – racconta – e automaticamente ogni pensiero è motivato
dai versi dei poemi di Federico. Lo
stimolo più forte a continuare a scrivere è partito
da un viaggio in egitto che ho fatto circa dici anni fa. Mi
trovato nel deserto e ho provato sensazioni molto particolari. Quella
distesa di sabbia, che non avevo mai visto prima e mi sorprendeva, è qualcosa
di inspiegabile e consiglio a tutti di andarci. Senti,
mio figlio, va silenzio, silenzio ondulato, dove scivolano valli
ed echi e cha fa inchinare il capo al suolo. Mi
vengono subito alla mente questi versi. E’ un atto religioso.
Almeno una volta bisogna andare in Egitto. Viaggiare mi è sempre
piaciuto ed ho visto molti paesi, il Giappone, il Messico, l’Argentina
e l’Italia”. Isabel si alza dal divano, chiede permesso
un attimo, va in camera da letto e ritorna con una cartolina tra
le mani. “Ecco. E’ del 1933 e mi sono imbarcata per sei
settimane
su questa nave – aggiunge mostrando il profilo in
bianco e nero del piroscafo -. Vede…l’ ho spedita a mio
padre Federico Garcìa e mentre ero in viaggio ricevevo posta
da casa, specie da mia madre. I miei genitori mi davano molta libertà e
mi sentivo molto responsabile. A casa però gli orari erano
precisi, non bisognava rientrare oltre le dieci con Federico. Nel ’33
mio fratello scriveva in aprile Nozze di sangue, preparava il suo
viaggio in Argentina e aveva già l’idea di Jerma. Lavorava
molto. Era un persona semplice, schietta, nessuno di noi l’ ha
mai mitizzato e quando entrava in una stanza non faceva né caldo
né freddo, faceva semplicemente Federico. Non si dava arie
e una volta disse: “Yo estoy abrumado por la candidad de
agasajos y atenciones que estoy recibiendo. Estoy un poco deshumbrado
de tanto jaleo y tanta popularidad”. Ho
potuto capire tanto della bellezza attraverso mio fratello. Non parlava
molto, ma era un
grande osservatore assimilando dalla vita degli altri. Era un grande
riconoscitore del talento altrui e di quanto si poteva imparare dalle
doti della gente. E’ impressionante la quantità di realtà che
c’è nella sua poesia ed anche i semplici oggetto con lui diventavano
espressivi. Da lui ho capito che la poesia è qualcosa che marcia per
la strada. Era
un nottambulo e faceva le ore piccole scrivendo. Poi si alzava tardi,
appena prima di pranzo e quando andavamo
in campagna dopo mangiato nell’ora della siesta suonava la
chitarra. Poi si dedicava alle sue cose e al tramonto faceva una
passeggiata sulla riva del fiume vicino alle terre di papà nei
dintorni di Granada”. “Poi c’era la corrida – prosegue
Isabel -. Gli piaceva, anche se non andava spesso, ma l’ ha
descritta molte volte. Nostro padre è stato direttore della
Plaza de toros di Granada…la paladra duende…Ci sono due
parole spagnole che non si possono tradurre
in nessuna altra lingua e sono angel e duende. La
prima corrisponde allo stato di grazia e la seconda è propria
del torero de capa che tiene duende, qualcosa che un giorno puoi
avere e un giorno no, un movimento irripetibile, come le onde del
mare”.