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Alla scoperta della profumata bevanda etiope e turca fatta nel pentolino con i fondi e della Morte Nera servita lungo la Route 66 che da New York va a Los Angeles
La tazzina del diavolo
Il viaggio intorno al mondo di un reporter californiano alla ricerca delle radici del caffè

Ha dedicato un anno della sua vita in giro per il mondo alla ricerca delle radici della “bevanda nera”. Il giornalista e reporter californiano Steward Lee Allen è l’autore dell’avvincente libro “La tazzina del diavolo, edito da Feltrinelli Traveller (pp.190, Euro 12): un dettagliatissimo diario tradotto in italiano da Cecilia Veronese, sul progresso della civiltà universale ripercorrendo la storia di questa bevanda dal Kenia all’Etiopia, dal Mar Rosso allo Yemen, fino ad arrivare in Turchia passando per Vienna, per approdare poi a Parigi e Londra e quindi in Normandia prima di salpare per il Nuovo Mondo. Un tour che finisce in una scorribanda sgangherata sulla route 66 da New York a Los Angeles. “Come con arte è preparato, così con arte va bevuto” recita una poesia di Abd el Kader, scrittore del XVI secolo a proposito del “miscuglio del demonio”, il caffè, che nonostante sia avvolto da innumerevoli leggende e cerimonie sciamaniche, rappresenta in ogni parte del mondo una sorta di piacere del palato e dei sensi. Ricavato nei modi più svariati, forte, ristretto, leggero, lungo, fatto col filtro, a macchina, nel pentolino, con la Moka o con la Napoletana, tanto per citare soltanto alcuni sistema di preparazione, il caffè è al centro del tour di Steward Lee Allen che infaticabilmente non ha esitato anche a salpare insieme ad alcuni profughi somali su una piccola barca per attraversare il Mar Rosso fino ad approdare sulle coste dello Yemen, nel porto di al – Makkha, storpiato in Mocha, il soprannome universale del caffè . “Gli etiopi bevevano il caffè già quando gli europei facevano ancora colazione con la birra” scrive Allen - tanto che nei secoli si è sviluppata una vera e propria cerimonia intorno alla degustazione di questa bevanda. Innanzitutto i grani verdi vengono tostati sul tavolo, poi l’ospite fa circolare i grani ancora fumanti in modo che i presenti possano apprezzarne appieno l’aroma. Quindi si recita una specie di benedizione o ode all’amicizia mentre i grani vengono macinati in un mortaio di pietra. Infine si prepara la bevanda”. Proprio in questo modo la padrona del ristorante, tipica donna di campagna, indossando scialli arancioni e viola che brillavano nell’oscurità, a Nairobi in Kenia preparò il caffè ad Allen che ne rimase incantato e calamitato in quel rito che durò quasi un’ora. A Java invece il caffè, forte ma senza residui, ha un sapore misto di chiodi di garofano, cardamonio, zucchero e acqua che all’inizio colpisce il palato dell’occidentale in modo molto delicato: lo si può preparare alla maniera denominato shatter mettendo un cucchiaio di tavola di caffè macinato speziato in acqua calda per ottenere una bevanda da bere in genere di pomeriggio, mentre la mattina lo si fa bollire e senza chiodi id garofano, nel pentolino con il lungo manico chiamato ibrik e servito bollente. Arrivato ad Istambul invece Allen impara che di caffè, preparato facendo bollire la polvere con zucchero e acqua, se ne prepara un unico bricco e lo si serve tre volte per amicizia e in rapida successione mentre a Parigi il caffè gli si è rivelato come tipica manifestazione dell’ossessione per lo stile tipica della nazione francese utilizzando i grani Robusta, ad alto dosaggio di caffeina e di cui sono consumatori del 50 per cento della produzione consumata in Europa. In quanto al proprio continuate natio, l’America, quindi, Allen ci confida che precisamente gli Stati Uniti sono la prima nazione occidentale non solo a nascere, ma persino a essere concepita completamente caffeinizzata, infatti il capitano John Smith che fondò la colonia di Jamestown nel 1607 si era imbattuto nel caffè mentre gironzolava per il Medio Oriente. Il Mayflowe, insieme ai primi colonizzatori, portò anche un mortaio e un pestello per fare la polvere di caffè e nel 1669 a New York veniva servito caffè con cannella e miele, mentre la prima caffetteria ufficiale d’Ameruca aprì un anno dopo a Boston e la sua proprietaria era una donna di nome Dorothy Johnson. E’ sulla Route 66 da New Yorh a Los Angeles, infine che Allen, esattamente a metà del tratto scova il L’Adriens Coofeeshop e con tanto di cartello di benvenuto e l'invito esplicito “Entrate!”. Decorato con teschi di mucca e targhe d’auto con la scritta “Gesù ti ama!” e i gabinetti con porte basculanti, Allen bevve un caffè nero, catramoso e forte arricchito da panna liquida servito dal bricco di Pirex della cameriera: una sorta di carburante per razzi, disgustoso, terrificante, e di là di ogni paragone. E non per niente lo avevano battezzato Morte Nera che però la gente del posto usava trangugiare accompagnata da mastodontiche fette di torta alle more guarnita di gelato alla vaniglia sintetica. Una vera libidine da centauri e camionisti.

di Michela Pezzani
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