Io so che ogni racconto, anche se centrato su storie di uomini e luoghi inventati e fantastici, parla sempre del suo autore. Un frammento di autobiografia che forse egli vuole nascondere a se stesso. Un desiderio che appare estremo e irreale e allora , non potendolo vivere nel concreto, lo si butta su personaggi che stanno bene  anche su una pagina bianca. In questo sta il fascino di un racconto e può capitare che il lettore  ne faccia una versione per sé  e viva anch’egli la propria impotenza  dentro questa pagina. E così il racconto pur non essendo nulla si fa frammento della vita non vissuta di molti e finisce per raccontare la storia dell’Uomo e della sua voglia di una vita differente da quella spesa in quell’orrendo quotidiano  che si salva dentro il desiderio  potendo pensare persino di costruire un veliero, con le sue stupende vele, che una donna tesse punto per punto. La storia di un veliero appunto e delle sue vele che diventa la storia di Odino e Maria Isabella  del romanzo di Michela Pezzani “Gli occhi verdi”. Se c’è un legame tra storia narrata e vita non- vissuta, conoscere l’autrice è certo una condizione importante  soprattutto se a leggere la storia è uno psichiatra.

 Io non conosco Michela Pezzani, credo di non averla neppure mai vista e dunque mi mancano anche quelle suggestioni che possono derivare dalla comunicazione di uno sguardo o di un portamento o di un modo di abbigliarsi. Devo aggiungere che io non faccio il critico letterario  e non lo farei mai per la mia incapacità di giudicare nello sforzo invece sempre di capire. E la comprensione impedisce di punire e di esaltare. Mi piace il gioco adesso, quello che non ho praticato da bambino, e così indosso abiti strani  e con un naso da clochard  sempre più amo fare ciò che dovrei assolutamente astenermi dal fare. Le mie vere motivazioni: della finzione e del gioco appunto. Sono molto efficaci l’immagine e il simbolo  del veliero,una barca di ventotto metri, capace di portare dentro l’avventura. Un luogo di rinascita (la barca è la mandorla della vita) nell’acqua degli oceani alla scoperta del nuovo mondo. Odino costruisce la barca e lei, Maria Isabella, la vela , il suo “motore”. Uno scambio di ruoli curioso perché lui mette la parte femminile e lei quella maschile. Strano altresì che questa coppia di amici  che vivono sempre insieme tuttavia occupino due case di sassi separate pur andando a letto assieme non hanno mai fatto l’amore. Come se lo spostassero simbolicamente quando quel veliero potrà veleggiare. Ma ciò non accadrà perché una volta che tutto è pronto Odino lo vende e i due partiranno insieme e forse ora senza la difesa dei simboli si uniranno veramente nell’amore che riamane per sempre la più straordinaria delle avventure umane. Il romanzo è dunque una storia d’amore anche se tutto termina non con il veliero in mare , bensì con una diversa partenza: le parole con cui termina la storia sono “Ti porto con me”. L’atmosfera che circonda questa storia è la nostalgia che porta l’autrice a comporre forse le pagine più belle del romanzo.

Il tutto accade tra il 1949, quando incomincia la costruzione del veliero  e il 1959 quando è completata inutilmente. Lo straordinario periodo del dopoguerra:il tempo della ricostruzione,della voglia di sognare, di fare, dopo l’incubo della morte. Una grande voglia di avventura. Sfogliando una rivista di allora “Il Dramma” si giunge ad uno straordinario amarcord  in cui si coglie il colore del sentimento e non certo gli avvenimenti del tempo. E il racconto passa così alla coppia a tutta una società. Un momento in cui si comincia anche a viaggiare, alla scoperta di un mondo nuovo che non è quello inseguito dai grandi navigatori, ma diventa tutto quanto è fuori del dominio abituale, del territorio della propria certezza. Entro questa voglia si collocano i riferimenti da Colombo a Magellano, a Caboto, ma anche i richiami all’Odissea:  certo meno efficaci letterariamente perché dotti. In questo tessuto narrativo non potevano mancare i sogni:uno lo fa Odino e un altro Maria Isabella. Lui sogna il vascello che va verso la distruzione  e si vede incapace di compiere il gesto più elementare di un marinaio,fare i nodi: “la nave perdeva i pezzi, si sfaldava come una torta millefoglie, ed i ciocchi delle assi facevano il rumore  degli stecchi gettati nel caminetto per fare la fiamma alta”. E’ la distruzione della barca che bloccava la vita inseguendo un sogno irrealizzabile:un sogno terapeutico si potrebbe dire. Lei ripete lo stesso incubo per ben tre volte. “Sognava di nuotare sott’acqua in un oceano ghiacciato in superficie e di inseguire fluttuando come una sirena il viaggio di una tartaruga marina e di un ippopotamo che procedevano fianco a fianco”. Un sogno di disperazione poiché non include in modo evidente la salvezza. Lei pensa che l’amico da mesi lontano , si sia imbarcato su un’altra nave. La paura del tradimento, ma anche la soluzione ad un legame inesistente. Una depressione che sa di morte e che può riscattarsi  solamente con un coup de theatre: il ritorno di Odino con la proposta di togliere entrambi da quelle case di sassi  separate, di abbandonare il veliero: un legame che impedisce persino la libertà, e andarsene inseguendo una fuga vera, quella dell’amore, il grande viaggio.

E’ interessante notare come il veliero di per sé non sia segno di libertà: è infatti costruito su disegno del nonno di Odino e poi fatto sulla montagna. Un veliero destinato a non veleggiare mai. La libertà sta sempre nel viaggio che sappia però unire e appartenga soltanto a chi scappa. Una figura altrettanto emblematica dello scenario psicologico del romanzo è quella del puparo: con gli occhi nocciola e le mani di donna. Arriva con le sue scatole piene di personaggi  dell’epopea della Tavola Rotonda :eroi alla conquista di donne attraverso vittorie strepitose contro draghi e pretendenti. Una visione grottesca dell’avventura e dell’eroismo che tuttavia è dentro la vita dell’uomo: una sorta di burattino. Odino porta a casa il puparo per il compleanno di Maria Isabella :perché racconti storie di pupi. Lo si ritrova anche alla fine mentre contempla il veliero  come se dovesse finire dentro il magazzino del racconto epico e della follia  degli eroi dell’amore. In fondo l’uomo,ciascuno di noi, è un puparo che muove le marionette eroiche  che porta dentro di sé, facendo divertire anche se le gesta eroiche hanno sempre un velo di malinconia. E del resto a che la vita dell’uomo anche quando diverte fa tristezza. Ma anche il puparo mentre guarda il veliero metafora della gloria e dell’avventura, deve rimanere attaccato ad un mondo concreto che puzza persino di cipolla:”tirò fuori dalla tasca una cipolla cruda, la sfogliò lasciando cadere la pelle dorata  sulle braghe,la morse e masticando a lungo il primo boccone, prima pensò alla pazzia di Orlando , quando il paladino errando per il bosco va gettando pezzo per pezzo tutta la sua armatura…”. Io ho pensato invece all’uomo del tempo presente, a quello della strada e a me stesso. Rimane dopo la lettura una visione triste della vicenda umana,della fatica di vivere.

Una fatica che si manifesta anche nella voglia di eroismo, di navigare. Una fatica avvolta dalla depressione che è prima di tutto paura di vivere e si alterna all’eroismo, una maschera della paura. Attorno all’uomo, questo personaggio tragicomico,alla maniera dei pupi,c’è nel romanzo un mondo più semplice, fatto  di alberi, di animali e di una musica capace di portare via senza doversi mai muovere. Persino il bosco si risvegli il mattino recitando un proprio gregoriano:”il bosco intona il gregoriano del mattino”. Un’altra storia di eroi fatta di monaci, ma su di essi “Gli occhi verdi” di Michela Pezzani non si sofferma.

Vittorino Andreoli

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