Fin
dalle prime pagine di questo racconto la sensazione più forte
che si ricava è un clima di leggerezza e di serenità di
una donna, una scrittrice, che affronta la sua condizione
di ipo-vedente.
Leggerezza stilistica e serenità nel superare la realtà,
nel vedere al di là delle immagini di vita quotidiana.
Un racconto per adulti dove le immagini, i personaggi, le
storie sembrano destinate ad un pubblico di ragazzi.
Un racconto denso di descrizioni minuziose, di dialoghi ricchi
di sfumature, di amore per i particolari, di omaggio alla
memoria (delizioso l’inserto sui velocipedi Salvatori).
Lui e lei in perfetta sintonia con le costruzioni fantastiche
per la scena: e la volontà di vivere e vedere “al
di là” si materializza con la grande sfida del
trasformismo sui trampoli e del “filo di ragno” senza
rete: metafore della sfida con se stessa e con la vita.
A volte sembra di essere in un film di Fellini, ma con personaggi
più “veri”, così come l’ingresso
nel racconto dell’incontro con Cuticchio ci immette
in un momento di cronaca perfettamente in sintonia con le
fantasie
di Michela – Ludwina.
In certi momenti ho rivisto un amico, Bruno Lauzi, che – affetto
dal morbo di Parkinson – gioca fra poesia e ironia
sul tremolìo della sua mano, che diventa una farfalla…E
l’ironia, mista al gusto della satira, con cui Michela
inserisce nel racconto la lettura del “vecchio almanacco
della famiglia cattolica per l’anno di grazia 1901” per
me è come un invito a nozze.
Credo valga la pena di anticipare – in omaggio e augurio
a Michela – la stupenda conclusione di queste pagine:
la camminata sul filo è una successione di equilibri
e se il filo a volte trema non bisogna scoraggiarsi e spostarsi
invece con delicatezza finché la conquista ci appartenga
e il tuo stato interiore sia magnifico e…brilli di
una luce forse a te nascosta ma…che gli altri vedono.
E se per caso vederla non dovessero, che importa.
Sei tu ad illuminare loro.
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