Non
leggo mai le prefazioni e quando , dopo aver scorso una
ventina di pagine del libro “Gli occhi verdi” di
Michela Pezzani, mi accorsi di non capirlo, ne diedi
colpa a questa mia abitudine. Quindi provai a leggere
pazientemente la nota di Vittorino Andreoli che precede
il testo, che pur essendo, dal punto di vista psicanalitico,
interessante e ben fatta, non mi fu di nessuna utilità.
Allora riposi il libro sulla scrivania ripromettendomi
di affrontarlo senza la fretta di chi, come avevo fatto
io, scorre frettolosamente un testo per farne una recensione.
Per qualche giorno gli girai intorno lanciandogli occhiate
distratte, poi una mattina mi decisi di riprenderlo in
mano, e questa volta con lo spirito di chi si appresta
a leggere una poesia e non il solito romanzo. Ed era
il modo giusto, infatti il libro, dopo poche pagine,
mi si aprì dolcemente narrandomi storie di mostri,
tritoni, sirene, serpenti marini, pesci con le zanne,
delfini sibilanti, orche impazzite, velieri in costruzione,
pupari tatuati, sogni premonitori, artigiani, carpentieri,
eremiti, alberi cavi, chiesette, valli e sogni, donandomi
delle insolite emozioni. E qui farne un banale riassunto
sarebbe abbastanza facile, infatti si tratta della storia
di Odino, un tessitore, falegname, allevatore di capre
e contadino, nipote di un carpentiere che decide di costruire
su di una montagna, sacrificando degli amici alberi solo
quelli strettamente necessari, un veliero di 28 metri
utilizzando i progetti decritti in pergamena (da consultare
solo al lume di candela) lasciategli dal nonno, aiutato
dal sostegno materiale e spirituale di Maria Isabella,
una affascinante restauratrice di icone e pittrice che
veglia le peripezie del compagno, mentre con pazienza
e rovinandosi le belle dita cuce le immense vele dell’imbarcazione
e che con lui vive un’avventura fatta in parte
di sogno, accettando alla fine, dopo tanti sacrifici,
la decisione di Odino di abbandonare il frutto di tante
fatiche ad un inquietante puparo masticatore di cipolle,
che probabilmente lo imprigionerà nella dimensione
fantastica dei suoi racconti, come un Mago Merlino nel
castello di vetro. Solo che non servirebbe a nulla, infatti
il libro della Pezzani a mio parere si potrebbe paragonare
a quei quadri astratti che possono essere capiti, fino
in fondo, solo da chi ha vissuto esperienze simili all’artista.
Un’opera nella quale si trovano elementi per poter
costruire un’infinità di elucubrazioni,
e differenti giudizi critici, tutti apparentemente validi,
come se il racconto riflettesse come uno specchio i pensieri
che gli si vogliono attribuire. Nel complesso il libro
fa pensare a duna prova, un modellino di un grande veliero
letterario, forse già nella mente di Michela. |