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Dicembre 1999

L’opera prima della Pezzani
di Uberto Tommasi

Non leggo mai le prefazioni e quando , dopo aver scorso una ventina di pagine del libro “Gli occhi verdi” di Michela Pezzani, mi accorsi di non capirlo, ne diedi colpa a questa mia abitudine. Quindi provai a leggere pazientemente la nota di Vittorino Andreoli che precede il testo, che pur essendo, dal punto di vista psicanalitico, interessante e ben fatta, non mi fu di nessuna utilità. Allora riposi il libro sulla scrivania ripromettendomi di affrontarlo senza la fretta di chi, come avevo fatto io, scorre frettolosamente un testo per farne una recensione. Per qualche giorno gli girai intorno lanciandogli occhiate distratte, poi una mattina mi decisi di riprenderlo in mano, e questa volta con lo spirito di chi si appresta a leggere una poesia e non il solito romanzo. Ed era il modo giusto, infatti il libro, dopo poche pagine, mi si aprì dolcemente narrandomi storie di mostri, tritoni, sirene, serpenti marini, pesci con le zanne, delfini sibilanti, orche impazzite, velieri in costruzione, pupari tatuati, sogni premonitori, artigiani, carpentieri, eremiti, alberi cavi, chiesette, valli e sogni, donandomi delle insolite emozioni. E qui farne un banale riassunto sarebbe abbastanza facile, infatti si tratta della storia di Odino, un tessitore, falegname, allevatore di capre e contadino, nipote di un carpentiere che decide di costruire su di una montagna, sacrificando degli amici alberi solo quelli strettamente necessari, un veliero di 28 metri utilizzando i progetti decritti in pergamena (da consultare solo al lume di candela) lasciategli dal nonno, aiutato dal sostegno materiale e spirituale di Maria Isabella, una affascinante restauratrice di icone e pittrice che veglia le peripezie del compagno, mentre con pazienza e rovinandosi le belle dita cuce le immense vele dell’imbarcazione e che con lui vive un’avventura fatta in parte di sogno, accettando alla fine, dopo tanti sacrifici, la decisione di Odino di abbandonare il frutto di tante fatiche ad un inquietante puparo masticatore di cipolle, che probabilmente lo imprigionerà nella dimensione fantastica dei suoi racconti, come un Mago Merlino nel castello di vetro. Solo che non servirebbe a nulla, infatti il libro della Pezzani a mio parere si potrebbe paragonare a quei quadri astratti che possono essere capiti, fino in fondo, solo da chi ha vissuto esperienze simili all’artista. Un’opera nella quale si trovano elementi per poter costruire un’infinità di elucubrazioni, e differenti giudizi critici, tutti apparentemente validi, come se il racconto riflettesse come uno specchio i pensieri che gli si vogliono attribuire. Nel complesso il libro fa pensare a duna prova, un modellino di un grande veliero letterario, forse già nella mente di Michela.
 

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